Mi è stato fatto notare che i miei articoli, pur essendo apprezzati per profondità e chiarezza, possono a volte apparire un po’ teorici, quasi “retorici”.
In realtà, tutto ciò che scrivo nasce da un vissuto reale, attraversato in prima persona, da esperienze che ho incontrato sia nel mio percorso personale che nel mio lavoro con le persone.
Ogni parola è radicata nella vita, nella carne, nelle emozioni, nella guarigione che nasce dall’attraversare il dolore e il cambiamento.
Per questo, da oggi, desidero lasciarti ancora di più la mia voce autentica, quella che unisce conoscenza e esperienza diretta.
“Perdonare non significa dimenticare, ma smettere di sanguinare.”
Ci sono momenti in cui la vita ci spacca in due.
Accade quando qualcuno si allontana senza spiegazioni, oppure si comporta in maniera disarmonica rispetto alla nostra visione, o ancora dice parole offensive, o quando il silenzio prende il posto delle parole, e noi restiamo a guardare un vuoto che non riusciamo a colmare.
Ricordo bene quella sensazione: la ferita aperta, la mente che chiedeva “perché?”, il cuore che cercava di capire dove avesse sbagliato.
Nel mio percorso personale, il tema del perdono ha preso forma dopo la fine della mia relazione con il mio ex compagno. Il suo allontanamento improvviso, senza una reale spiegazione, ha aperto in me un dolore profondo, uno di quelli che non si placano con le risposte ma solo con la resa del cuore. Per molto tempo ho creduto che perdonare significasse giustificare.
Poi ho scoperto che il perdono non ha nulla a che fare con l’altro, riguarda me, riguarda noi stessi.
Molti mi chiedono come faccia ancora a voler bene a chi mi ha ferita.
La verità è che il perdono nasce nel momento in cui smetti di voler avere ragione e scegli di voler stare bene.
È una scelta di pace, non di debolezza.
Perdonare è il gesto più intimo e rivoluzionario che possiamo fare per liberarci dal dolore che ci tiene prigionieri.
Il perdono non cancella il passato, ma lo trasforma: da peso a insegnamento, da ferita a spazio di consapevolezza.
È un processo lento, spesso silenzioso, in cui impariamo ad abbracciare ciò che non può essere cambiato e a riconoscere che ogni esperienza, anche quella che ha fatto più male, è stata un passaggio verso una parte più autentica di noi.
Il perdono come guarigione psicosomatica
Il corpo non mente mai. Quando non riusciamo a perdonare, tratteniamo nel corpo il veleno delle emozioni irrisolte: risentimento, rabbia, tristezza, senso di ingiustizia. Queste energie diventano tensione, rigidità, chiusura.
Ma il corpo, che è un tempio di verità, ci mostra sempre dove stiamo ancora lottando contro la realtà.
Il perdono è un atto di rilascio, un respiro profondo che scioglie nodi interiori e riapre lo spazio vitale.
Non si fa per l’altro, si fa per ritrovare la pace dentro di sé.
Quando ho compreso questo, ho smesso di chiedermi perché l’altro mi avesse ferita e ho iniziato a chiedermi cosa quella ferita volesse insegnarmi su di me. Ogni volta che perdoniamo, il sistema nervoso si distende, il cuore riprende a battere nel presente e il corpo ritrova la sua armonia. Perdonare è un atto terapeutico dell’anima.
Dal piano umano al piano della coscienza
Dal punto di vista psicosomatico, il perdono è un atto di disidentificazione:
lasciamo andare il ruolo della vittima per tornare creatori della nostra realtà interiore.
Nella visione più profonda, non c’è nulla da perdonare perché comprendiamo che ogni esperienza, anche la più dolorosa, è parte di un disegno evolutivo che ci riporta sempre a noi.
Il perdono, dunque, non è un “atto morale”, ma una scelta energetica.
È scegliere di non restare ancorati al rancore, che è il passato che continua a bussare, ma di vivere nel presente, dove l’anima può finalmente respirare.
ESERCIZI — Cosa fare
- La lettera che non spedirai mai
Scrivi una lettera alla persona che ti ha ferito.
Non per giustificarla, ma per liberarti.
Scrivi tutto ciò che non hai mai detto, lascia che la rabbia, la delusione o la tristezza si muovano attraverso le parole.
Poi, leggi la lettera ad alta voce e ringrazia quella parte di te che ha sofferto.
Infine, bruciala o seppelliscila, come simbolo di trasformazione. - Il respiro del perdono
Ogni mattina, per sette giorni, porta una mano sul cuore e inspira profondamente. Nel respiro, immagina di inspirare luce e di espirare dolore. Ripeti mentalmente: “Scelgo di liberarmi da ciò che non posso cambiare.”
Il perdono non è un colpo di spugna: è una carezza quotidiana che riporta vita dove c’era chiusura. - La foglia che si lascia portare
Visualizza te stessa come una foglia che si lascia trasportare dal vento. Non opporre resistenza, lascia che la corrente ti guidi.
È un piccolo rituale per ricordarti che la vita sa sempre dove condurci, anche quando non comprendiamo subito la direzione.
Cosa non fare
• Non aspettare che l’altro cambi per poterti liberare: il perdono non ha bisogno di conferme.
• Non fingere serenità se dentro stai ancora gridando: il perdono non è negazione, ma attraversamento.
• Non credere che perdonare significhi tornare indietro. A volte, il vero perdono è chiudere la porta con amore e andare avanti in pace.
Il seme della settimana
“Perdono significa scegliere la libertà, anche quando l’altro resta prigioniero delle sue scelte.”
Quando il cuore smette di voler capire, comincia a guarire.
E in quel silenzio, il dolore si trasforma in luce.
