Resa

Quando smetti di resistere, inizi a vivere.
C’è una parola che spaventa più di molte altre: resa. Nell’immaginario collettivo è associata alla sconfitta, alla debolezza, al “non ce l’ho fatta”. Eppure, nella mia esperienza personale e professionale, la resa è spesso l’atto più coraggioso che un essere umano possa compiere. La resa non arriva quando perdiamo, arriva quando siamo stanchi di combattere contro noi stessi.
L’ho vista emergere nella mia vita quotidiana, nei momenti più semplici come in quelli più complessi. E l’ho riconosciuta molte volte anche nel lavoro con le persone che accompagno: arriva sempre dopo una lunga resistenza, dopo tentativi ripetuti di controllare, aggiustare, forzare, spiegare, salvare.
La resa non è rinuncia alla vita: è rinuncia alla guerra. La resa non è mollare: è smettere di forzare. Spesso confondiamo la resa con l’abbandono. Ma sono due cose profondamente diverse:
• Abbandonare è fuggire.
• Arrendersi è restare. Restare presenti anche quando non capiamo. Restare aperti anche quando non abbiamo risposte. Restare umani anche quando il piano mentale crolla.
La resa arriva quando ci accorgiamo che più stringiamo il controllo, più perdiamo energia. Quando la tensione diventa cronica. Quando il corpo inizia a parlare al posto nostro. Ed è qui che la resa diventa un atto di intelligenza profonda.

Lettura psicosomatica e crescita interiore
Dal punto di vista psicosomatico, la resistenza costante crea rigidità. Rigidità nei muscoli, nel respiro, nei visceri, nei pensieri. Il corpo che non si arrende mai è un corpo in allerta. Vive come se fosse sempre sotto attacco. La resa, invece, è un messaggio che inviamo al sistema nervoso: “Non sono in pericolo. Posso lasciarmi andare.” Ed è in quel momento che iniziano processi reali di riequilibrio:
• il respiro si fa più profondo
• il tono muscolare si abbassa
• l’energia vitale smette di essere sprecata nella difesa

A livello interiore, la resa segna il passaggio dalla volontà dell’ego all’ascolto del Sé. Non è un “non faccio più nulla”. È uno “smetto di fare contro”

La resa come soglia di trasformazione
Nella mia esperienza, ogni vera trasformazione è iniziata dopo una resa.
Mai prima. Prima c’è il tentativo di capire tutto, di prevedere, di controllare l’esito. Poi arriva un punto silenzioso in cui qualcosa dentro dice: “Così non funziona più.” La resa è quel punto. Una soglia. Da lì non sappiamo cosa succederà, ma sappiamo una cosa con certezza: non possiamo più tornare a essere quelli di prima. Ed è proprio questo che fa paura. E insieme, libera.

ESERCIZI — Cosa fare

  1. Il gesto simbolico della resa
    Scegli una situazione della tua vita in cui senti tensione continua.
    Ora fai questo gesto semplice: appoggia le mani aperte sulle cosce, con i palmi verso l’alto. Respira e pronuncia mentalmente: “Per ora, smetto di forzare.” Non devi risolvere nulla. Devi solo lasciare cadere le armi.
  2. Lascia che il corpo guidi
    Per un giorno intero, prova a fare una cosa insolita:
    segui il corpo prima della mente
    mangia quando senti fame vera
    fermati quando senti stanchezza
    muoviti quando senti bisogno di muoverti

La resa inizia quando torni ad abitarti.

ESERCIZI — Cosa non fare

Non scambiare resa per immobilità
Arrendersi non significa smettere di vivere, di scegliere, di agire. Significa agire senza violenza interiore.
Se senti apatia, chiusura o fuga, non è resa: è blocco.
Non giustificare tutto con “è destino”. La resa non è fatalismo. È presenza. Non deleghi la tua vita, smetti solo di combatterla.

Il seme della settimana
“La resa non toglie forza alla vita: toglie forza alla paura.”
Porta con te questa frase nei prossimi giorni. Ogni volta che senti tensione, chiediti: sto resistendo o posso arrendermi un po’ di più?

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