Gioco

Quando la vita smette di essere una prestazione e torna a essere esperienza.
Il gioco è spesso relegato all’infanzia, come se appartenesse a una fase immatura della vita. Eppure, quando lo perdiamo, non diventiamo più adulti: diventiamo più rigidi. Giocare non è fare qualcosa “per divertirsi”.
È fare qualcosa senza uno scopo. Ed è proprio questo che, per molti adulti, è diventato quasi impossibile.
Nel gioco autentico non si produce, non si migliora, non si dimostra nulla.
Si è presenti. E questa presenza è una forma profonda di consapevolezza.

Nel lavoro che svolgo, noto spesso come la sofferenza non nasca solo dal dolore, ma dall’incapacità di alleggerire l’esperienza, di abitare la vita senza trasformarla sempre in un dovere.
Il gioco è uno dei pochi spazi in cui l’essere umano può tornare intero.

Il gioco come stato di coscienza
In molte tradizioni antiche, la creazione non nasce da uno sforzo, ma da un gioco divino. Nella visione indù, l’universo non è il risultato di una necessità o di un progetto razionale, ma di una Līlā: il gioco sacro della divinità.
Shiva crea, distrugge e ricrea il mondo scherzando, senza uno scopo utilitaristico, senza dover arrivare da qualche parte.
Un antico simbolo lo rappresenta mentre gioca ai dadi con Parvati:
un’immagine potente che racconta il fluire dei cicli cosmici, il susseguirsi delle ere, ma anche l’intimità amorosa tra principio maschile e femminile, tra coscienza ed energia. Il gioco divino non è superficialità. È libertà.
Questo ci dice qualcosa di essenziale: la coscienza non fiorisce solo attraverso la disciplina e il controllo, ma anche attraverso la leggerezza.
Quando giochiamo davvero:
• il tempo perde importanza
• il corpo si rilassa
• la mente smette di controllare
• l’io si allenta
Non siamo più “qualcuno che fa”, ma qualcosa che accade.

Quando smettiamo di giocare
Molti adulti non sanno più giocare, non perché non ne siano capaci,
ma perché hanno associato il valore solo a ciò che è utile. Così:
• si “gioca” solo se serve a qualcosa
• ci si diverte solo se c’è un risultato
• si confonde il gioco con la fuga
• oppure con la competizione esasperata
E quando il gioco scompare, la vita diventa una sequenza di prestazioni.
Spesso emergono allora:
• stanchezza cronica
• rigidità emotiva
• difficoltà relazionali
• perdita di desiderio
Non perché manchi qualcosa, ma perché tutto è diventato troppo serio.

Lettura psicosomatica e crescita interiore
Dal punto di vista psicosomatico, il gioco è una funzione regolatrice profonda. Permette al sistema nervoso di uscire dalla modalità di allerta e di rientrare nel presente.
Quando il gioco manca:
• il corpo resta contratto
• la mente ipercontrolla
• le emozioni si accumulano
Il gioco crea uno spazio sicuro in cui l’energia può muoversi senza dover essere gestita o trattenuta.
Crescere interiormente non significa perdere il gioco. Significa recuperarlo con consapevolezza. Un adulto maturo non è colui che non gioca più,
ma colui che sa quando smettere di essere serio.

ESERCIZI – Cosa fare

  1. Gioca senza scopo
    Scegli un’attività che non serva a nulla.
    Né a migliorarti, né a rilassarti, né a produrre.
    Falla solo perché ti va.
  2. Osserva i bambini che giocano
    Se provi tenerezza, sei in contatto.
    Se provi fastidio, fretta o giudizio, lì c’è qualcosa da ascoltare.
  3. Porta il gioco nel quotidiano
    Cucinare, camminare, amare, parlare:
    non come doveri, ma come esperienze.

ESERCIZI – Cosa non fare

  1. Considerare il gioco una perdita di tempo
    Il gioco non fa perdere tempo:
    lo trasforma.
  2. Confondere il gioco con la fuga
    Giocare non è evitare la realtà.
    È abitarla con meno peso.
  3. Usare il gioco per non crescere
    Il gioco autentico apre.
    Non evita la responsabilità, la rende più umana.

Il seme della settimana

“Posso essere adulto senza essere pesante.”

Ripetilo ogni volta che senti la vita irrigidirsi.
Forse non serve capire di più.
Forse serve giocare un po’ meglio.

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